La manata sul cruscotto dell’auto risuonò come un’esplosione.
Matteo avvertì una fitta di dolore, ma non ci fece caso: era troppo arrabbiato.
Perdere il segnale lì, proprio nel bel mezzo del nulla.
Fissò il navigatore con astio. Niente da fare. L’apparecchio ne era sicuro: era arrivato.
Alzò gli occhi e si guardò in giro: campi, rogge, file di alberi mezzi spogli. Alle sue spalle, verso sinistra, una linea spezzettata indicava la presenza di un paese; peccato che non fosse quello dove doveva andare e che, anzi, non avesse la minima idea di dove fosse rispetto al punto in cui si trovava.
Doveva arrendersi all’evidenza: era in ritardo.
Disattivò il navigatore e accese il cellulare. Niente.
Imprecò, lo staccò dal supporto e se lo mise all’orecchio – tanto non c’era traccia di vigili per chilometri e chilometri.
Il cellulare gli restituì un gracidio confuso, l’equivalente sonoro della nebbia che si alzava dall’erba umidiccia nella sera incipiente, e Matteo, con un’imprecazione ancora più colorita di quella precedente, lo scagliò sul sedile accanto.
«Dev’essere successo dopo il ponte» disse ad alta voce.
Già, proprio così.
Il ponte sul Ticino era chiuso e lui era stato costretto a cambiare strada.
I lavori avrebbero dovuto terminare per la fine dell’estate, ma si sapeva come andavano queste cose.
O meglio, tutti lo sapevano, ma non i navigatori. La macchina, supponendo che la strada fosse libera, gli aveva fornito le informazioni corrispondenti e così…
Inutile dare la colpa al navigatore, comunque.
Era colpa sua: avrebbe dovuto aggiornare le mappe, ma era una di quelle cose che rimandava sempre.
Dette un’occhiata ai vani delle portiere. Inutile. Le cartine stradali erano scomparse da tempo dalle automobili.
E, in ogni caso, non aveva la minima idea di dove si trovasse in quel momento. Cercò di ricordare il nome dell’ultimo paese da cui era passato, ma non ci riuscì. Per forza. Era troppo occupato a pensare al progetto e non ci aveva fatto caso.
Afferrò nuovamente il cellulare e compose il numero dell’Ufficio Tecnico, ma, ancora, non ottenne nulla. Forse perché era in movimento?
La strada era stretta – una strada di campagna, con l’asfalto che, anche troppo spesso, si ritirava davanti all’assalto della terra scura e grassa – ma, poco più avanti, c’era un dosso dietro il quale si intravedeva uno slargo.
Diede un colpo all’acceleratore, superò il dosso che scavalcava una roggia in cui scorreva un’acqua grigiastra, e accostò.
Scese dall’auto – maledizione che freddo, non si aspettava che la temperatura fosse così bassa, ma doveva essere una conseguenza del tepore dell’abitacolo – e riprovò a chiamare l’Ufficio Tecnico.
Niente.
Si guardò in giro, quasi incredulo – lo stesso cielo grigiastro, la stessa pianura anonima d’un verde un po’ stinto, la roggia, gli alberi – poi fissò di nuovo lo schermo, concentrandosi sulla potenza del segnale.
Non c’era.
Assurdo.
Era in una zona agricola fittamente coltivata, il paese più vicino – eccolo là, ora alla sua destra: si poteva intravedere il filo sottile del campanile – a una manciata di chilometri e non c’era campo.
Che c’entrassero i lavori al famoso ponte?
Accanto ai suoi piedi, l’acqua scorreva tranquilla e s’infilava sotto il dosso come se fosse il fratello minore (molto minore) di quello sul Ticino e scompariva.
Forse bastava spostarsi di pochi metri.
Si allontanò dall’auto e salì sul dosso. Un dislivello minimo, ma non si sa mai. Niente. Forse dipendeva dal suo gestore di telefonia mobile.
Rimase immobile per qualche istante, il telefono incollato all’orecchio, muto.
La corrente tranquilla della roggia trasportava le foglie cadute da un pioppo poco lontano. Almeno loro sapevano dove andare.
Matteo girò la testa tutt’intorno in cerca di qualche punto di riferimento: un’indicazione stradale, una cascina, persino un cartellone pubblicitario, ma l’unico segno di discontinuità del paesaggio che, fino a quel momento, gli era sfuggito, era proprio il pioppo.
Ritto a un centinaio di metri, si sporgeva sopra la roggia come una sentinella stanca. Alcune radici erano scoperte e, più presto che tardi, l’albero sarebbe caduto nell’acqua.
Le foglie, che, in quel momento, cadevano dalla cima scossa da uno sbuffo di vento, lo precedevano ricoprendo l’acqua di macchie dorate.
A Matteo venne in mente una di quelle poesie che ti insegnavano alle elementari e che poi non scordavi più, neanche volendo.
Vecchio pioppo,
sei caduto nello specchio dello stagno addormentato
piegando la fronte al tramonto.
Be’, come soggetto poetico, un pioppo poteva andare anche bene, ma come punto di riferimento…
L’unica era dirigersi al paese alle sue spalle e, da lì, ritrovare la strada.
Senza un motivo preciso, Matteo si girò di centoottanta gradi per tornare all’auto.
Nel farlo, non distolse lo sguardo dalla roggia.
Le foglie che uscivano dalla parte opposta a quella da cui aveva guardato fino a quel momento non erano più dorate, ma verdi.
Non può essere.
In effetti, non erano tutte verdi.
Ma molte sì.
Tra il giallo e il bruno spiccavano macchie brillanti, di un colore più intenso di quello dell’erba. Solcavano la roggia, poi alcune sembravano finire sott’acqua mentre altre si perdevano nella distanza.
Calmati, non hai avuto nessuna allucinazione. È perfettamente normale che alcune foglie cadano prima di aver perso la clorofilla, mentre altre potevano… sì potevano essere rimaste intrappolate sotto il dosso ed essersi poi disincagliate.
Ma non era quello che vedeva. Non proprio.
Comunque, era abbastanza semplice sincerarsene.
Bastava voltarsi di nuovo e avrebbe visto, sullo specchio metallico dell’acqua, insieme alle foglie gialle, quelle ancora verdi.
«Adesso però devo andarmene da qui».
Giusto. Doveva cercare un punto in cui il cellulare prendeva, o il navigatore tornava a funzionare, o c’era un’indicazione stradale, o anche arrivare fino a quel dannato paese là in fondo di cui non riusciva a ricordare il nome. E comunque doveva andarsene da lì.
Senza voltarsi – non serviva, sicuramente dal pioppo cadevano foglie ancora piene di clorofilla, che bisogno c’era di verificare? – tornò all’auto.
Nell’istante in cui impugnava la maniglia gli venne in mente la classica scena da film horror: la macchina rumoreggiava, tossiva, ringhiava… ma non partiva.
«Oh, andiamo, non è mica un film dell’orrore, questo» borbottò.
Era solo un tratto anonimo della pianura padana, uguale a tanti altri, persino noioso e quella era una normale giornata di metà autunno. Addirittura una giornata piena di sole, anche se un po’ fredda.
Il due novembre.
Un due novembre qualunque. Un martedì, per essere precisi. Da un pezzo era un giorno ordinario. Una volta era una giornata festiva, ma adesso...«Adesso è una giornata qualunque» ripeté girando la chiave dell’accensione.
L’auto partì senza problemi.
Non era un film dell’orrore quello.
Ma Matteo aveva accelerato più del solito, le ruote che avevano lasciato un segno nero sulla strada.
Per un istante pensò di eseguire un’inversione a U, ma poi cambiò idea.
Anche se aveva sbagliato strada (gettò un occhio al navigatore che gli restituì l’espressione stolida di una lavagna cancellata), non aveva visto cartelli con indicazioni. Se fosse tornato indietro avrebbe girato a vuoto, forse sarebbe addirittura tornato al punto di partenza.
La scelta più ragionevole era tirare diritto. Un cartello, più avanti, ci doveva pur essere.
E almeno ti stai allontanando da quel maledetto ponticello.
«Piantala con queste sciocchezze» si ingiunse. Nello stesso tempo, allungò la mano verso l’autoradio.
E così scorse il basso muretto alla sua destra, poco lontano dalla strada, accanto al quale era parcheggiato un camioncino di caldarroste.
«Un cimitero. Giusto. E che cos’altro, in una giornata come questa?».
Il tono sarcastico della sua stessa voce gli piacque.
Diamine, non era successo niente.
Aveva visto delle foglie passare sotto un ponte. Tutto qui. Il resto lo aveva solo immaginato.
E adesso non vedeva la carrozza di Dracula aspettare Jonathan Harker sulla strada per il passo Borgo, ma solo un venditore di caldarroste che attendeva i potenziali, pochi clienti all’ingresso di un cimitero di campagna.
Una volta era quasi un rito. O così era stato per lui. La visita al cimitero, una faccenda piuttosto noiosa, era compensata da un sacchetto di castagne. Matteo riusciva a farsi comprare anche un sacchetto di ceci e semi di zucca ed erano quelli a piacergli, soprattutto, a dispetto della sete che mettevano addosso. Non ne mangiava da…
Un sacco di tempo. Da quando il due novembre non è più festa, almeno.
Era il momento di comprarne un sacchetto. E, naturalmente, di chiedere al venditore come arrivare a destinazione.
Parcheggiò senza difficoltà. Lo spiazzo davanti al cimitero era piccolo, ma vuoto e, probabilmente, destinato a rimanere così. L’amico non avrebbe venduto molte caldarroste.
Matteo scese dall’auto e, di nuovo avvertì la sensazione di freddo. Più intensa, però. Alzò lo sguardo al cielo. L’azzurro era quasi scomparso e il grigio si era incupito. Un vasto banco di nuvole avanzava da est. Erano calme, ma decise. Il tipo di copertura che occupa tutto l’orizzonte e se lo tiene.
Del proprietario del camioncino, nessuna traccia.
Forse era dentro il cimitero.
Matteo si avvicinò all’ingresso, ignorando deliberatamente la voce nella sua testa che gli urlava di salire in macchina e partire a razzo.
Adesso basta le intimò sbirciando al di là del cancello in ferro battuto. Non c’è nessun Bela Lugosi con i canini appuntiti, il mantello nero e gli occhi fiammeggianti.
Una figura avvolta in un panno scuro si alzò da dietro una lapide. Qualcosa, tra le sue mani, emetteva un debole bagliore rossastro.
«Desidera?» la voce non aveva nessun accento transilvano. Della bassa pianura lombarda, piuttosto.
Matteo arretrò di un passo senza riuscire a spiccicare parola.
La figura avanzò verso di lui. Indossava davvero un mantello. Di foggia strana, però, anche se, in qualche modo, familiare.
«Un… un...». Un uomo. Avrà anche un vestito strano, ma è un uomo. E non è sbucato da sottoterra. Era semplicemente accosciato accanto a una tomba. «Un sacchetto di caldarroste» riuscì ad articolare.
L’altro si arrestò di colpo, neanche Matteo gli avesse sventolato davanti un crocifisso.
Finiscila. Non è un… un… qualunque cosa tu avessi in mente.
L’uomo si grattò la testa. Aveva capelli grigi e folti, così come i baffi. «Mi spiace» disse. «Temo di non aver neanche acceso il braciere. Non pensavo di avere clienti. Non viene mai nessuno qui».
Con cautela, si chinò su una tomba e mise il lumino dentro una teca di vetro. Il bagliore rossastro si attenuò. L’uomo si segnò rapidamente e poi si alzò. Muovendosi, il mantello descrisse intorno a lui una specie di ruota. «È un tabarro» spiegò. «Lo usavano i contadini di una volta».
Lisciò l’indumento con le mani (e Matteo si accorse che era molto liso) e disse: «Devo avere ancora qualche sacchetto di ceci e semi di zucca, però. Quelli non hanno bisogno di essere scaldati».
Raggiunse Matteo all’ingresso, si fermò e si guardò intorno. «Questo posto è praticamente abbandonato. Non ci seppelliscono nessuno da anni. Per questo non ho acceso il braciere. Contavo di farlo non appena fuori di qui».
Matteo dette uno sguardo alle date sulla lapide più vicina. 1903 – 1975. Più di quarant’anni prima. E quelle accanto non sembravano più recenti.
«E allora lei che cosa ci fa qui?». La domanda gli uscì d’impulso come… Come quando non hai guardato il colore delle foglie sotto il ponticello. Avevi paura di vedere che...
L’uomo sospirò. Un sospiro lungo, pensoso, carico, come un vento che soffia da terre remote. «La gente non frequenta più i cimiteri come una volta. Ho parecchio tempo libero». Si avvolse nel tabarro come se avesse freddo. Matteo, nella sua giacca da città, l’aveva.
Un treno, chissà dove, fischiò.
«Ho sempre amato il fischio dei treni. Di quelli vecchi, soprattutto» disse l’uomo. «Danno l’impressione di...».
Matteo l’interruppe «Di venire da più lontano di quanto pensi. E di andare più lontano di quanto tu possa immaginare».
L’uomo lo guardò stranito. Inequivocabile, nei suoi occhi balenò la domanda “ho a che fare con un pazzo?” E, in effetti, se mi avesse visto su quel dosso, poco fa…
L’uomo si lisciò i baffi e, alla fine, sorrise. «Allora lo sa» disse.
Qualche volta, dopo il cimitero, non c’erano solo ceci e semi di zucca. Qualche volta c’era un vagone per il trenino giocattolo. O un pezzo di binario. Le componenti per il plastico da montare me le regalavano a Natale. Ma il due novembre era già qualcosa. Matteo si chiese se rivelare qualcosa all’uomo, poi lasciò perdere. Era un ricordo troppo difficile da tirare su dal profondo e portare alla luce. Non era leggero come una foglia, verde o gialla che fosse.
«La gente non va più al cimitero come una volta» ripeté l’uomo. «Oh, intendiamoci, anche io so quanto costa la manutenzione di una tomba o le concessioni cimiteriali. Ma secondo me c’è qualcosa di più profondo. Lei non crede?».
Matteo tacque. La nebbia si era infittita. Ora arrivava oltre le caviglie. «Difficile da dire» rispose alla fine. Come spiegare che una foglia cade da un albero, passa sotto un ponticello e ne esce… cambiata. È qualcosa di difficile da spiegare. Difficile da credere reale. Eppure, a volte...
«Vengo qui per mettere un lumino, o un fiore, sulle tombe dei morti dimenticati. È difficile spiegare il perché». L’uomo si strofinò il mento, si lisciò di nuovo i baffi, guardò Matteo come chiedendosi se fosse il caso di andare avanti, poi disse: «Ci conosciamo tutti, da queste parti. Chi è figlio di chi, nipote di chi, marito o moglie di chi. Roba del genere. Oh, capiamoci, io non giudico nessuno. È solo che...».
«Una volta il due novembre era tutto chiuso e si andava al cimitero» finì la frase Matteo.
L’uomo sospirò di nuovo. «È come se fossero stati abbandonati troppo presto. Intendiamoci, prima o poi arriva il momento di lasciar andare: ci pensa madre Natura. Famiglie che si estinguono, generazioni che si susseguono, memorie che svaniscono, ma insomma...» si arrestò come in cerca delle parole. Un cornacchia, o un corvo gracchiò e l’uomo ebbe un moto di stizza come se l’uccello gliele avesse rubate. «Insomma, secondo me, adesso succede troppo presto».
«È stato il tuo spirito forte
a chiamare la morte
vedendoti senza nidi, dimenticato
dai pioppi bambini del prato» bisbigliò Matteo.
«Come?» fece l’uomo.
«Niente» bisbigliò Matteo. Poi, più forte: «Niente».
«E lei perché è qui?».
La variante alla Statale. Devo discutere all’Ufficio Tecnico il tracciato. E, a meno che non abbia completamente dimenticato il mio lavoro, un tratto dovrebbe passare proprio qui. Su questo cimitero. Strano che non me ne sia accorto prima, ma non è la prima stranezza che mi succede oggi.
«Devo andare in Regione», rispose, «ma mi sono perso. Almeno credo».
L’uomo annuì. «Succede, con queste strade di campagna. Le indicazioni stradali… dica di curarle meglio, già che c’è». Batté le mani e se le sfregò per scaldarle. Il buio si stava avvicinando. «Allora, questi semi di zucca?».
Matteo non ebbe il tempo di rispondere perché un clacson suonò. Prima lontano, poi sempre più vicino, prepotente.
Uscì dal cimitero in tempo per vedere un SUV cercare di parcheggiare nello slargo davanti al cimitero, fallire, posizionarsi sul ciglio della strada.
Ne scese un uomo biondo sui trent’anni in maniche di camicia che prese subito a massaggiarsi le braccia per il freddo.
«Dottore!» esclamò il nuovo venuto «Mi hanno mandato a cercarla. È mezz’ora che giro. Il cellulare non prende. Temevamo che avesse avuto un incidente!».
Matteo mosse qualche passo presso la propria auto. Camminava piano, come un sonnambulo. «No, è solo che...».
«Tutto bene?» chiese il biondo avvicinandosi «Ha un’aria strana».
Matteo si accostò all’auto, ma non vi salì. «Io...».
«Voleva controllare il tracciato? In Regione l’aspettano. Hanno differito l’incontro di due ore».
«Io...» farfugliò di nuovo Matteo.
Il biondo si guardò intorno come se cercasse la spiegazione di quelle stranezze. Decise che non ce n’erano e disse «Muoviamoci, allora».
Visto che Matteo non si decideva, gli aprì la portiera, poi tornò alla propria auto. Prima di salire, si guardò di nuovo in giro. «Che mortorio. Non si vede nessuno».
Matteo si voltò.
Il camioncino era scomparso, anche se nessuno l’aveva visto o sentito allontanarsi.
Foglie sparse qua e là facevano quel che potevano per riflettere la luce del tramonto.
Senz’altro, poco lontano, altre rinverdivano un istante prima di svanire per sempre.
Dentro il cimitero, nella sera incipiente, s’intravedevano le luci rossastre e tremolanti dei lumini.
«No» disse Matteo. «Qualcuno c’è».
NDA: la poesia citata è di Garcia Lorca.
Questo il testo originale.
Chopo muerto
1920
¡Chopo viejo!
Has caído
en el espejo
del remanso dormido,
abatiendo tu frente
ante el Poniente.
No fue el vendaval ronco
el que rompió tu tronco,
ni fue el hachazo grave
del leñador, que sabe
has de volver
a nacer.
Fue tu espíritu fuerte
el que llamó a la muerte,
al hallarse sin nidos, olvidado
de los chopos infantes del prado.
Fue que estabas sediento
de pensamiento,
y tu enorme cabeza centenaria,
solitaria,
escuchaba los lejanos
cantos de tus hermanos.
En tu cuerpo guardabas
las lavas
de tu pasión,
y en tu corazón,
el semen sin futuro de Pegaso.
La terrible simiente
de un amor inocente
por el sol de ocaso.
¡Qué amargura tan honda
para el paisaje,
el héroe de la fronda
sin ramaje!
Ya no serás la cuna
de la luna,
ni la mágica risa
de la brisa,
ni el bastón de un lucero
caballero.
No tornará la primavera
de tu vida,
ni verás la sementera
florecida.
Serás nidal de ranas
y de hormigas.
Tendrás por verdes canas
las ortigas,
y un día la corriente
llevará tu corteza
con tristeza.
¡Chopo viejo!
Has caído
en el espejo
del remanso dormido.
Yo te vi descender
en el atardecer,
y escribo tu elegía,
que es la mía.